lunedì, gennaio 29, 2007
L' era delle distopie
Ho passato buona parte della mia oramai abbastanza lunga vita a interrogarmi sulla/e utopie, prima come sistemi ideali, già disegnati, "Città Future" già esistenti, in quanto pensate e progettate, con l'unico difetto di non essere nè visibili nè vivibili, particolari, tutto sommato, insignificanti visto che la distanza tra il dire ( pensare) e il fare era minima, da colmare con la volontà e la politica; in seguito il socialismo ( perchè di questo si trattava) mi è apparso come un orizzonte, un progetto in divenire, dove niente era scritto in anticipo, se non la consapevolezza di capovolgere un ordine del mondo sempre più ingiusto.
Ora, dopo decenni, ciò che ho davanti sono distopie, scenari cupi, una terra e, soprattutto, un'umanità entropica, in cui ciò che bisogna fare, prima di tutto, è fare diga, impedire che l'apocalisse ( climatica, ambientale, antropologica) avvenga.
Faremo anche questo, anche perchè, mi hanno insegnato, molti anni fa, che "...primum, vivere..." ma certo che passare dall'utopia, dagli orizzonti comunque radiosi, dalle magnifiche sorti e progressive, ad arginare la fine prossima ventura un po' di tristezza la provoca.
martedì, gennaio 16, 2007
LA REALTA'
Quando la politica si allontana dalla realtà, si costruisce un mondo autoreferenziale, si annunciano, in genere, tempi duri.
Non sono d'accordo con quanto sosteneva Churchill, cioè che " Governare gli italiani non è impossibile: è, semplicemente, inutile", questa, anche se è una battuta brillante, è un luogo comune; la verità è che, spesso, c'è una distanza siderale tra le sensibilità, le esigenze degli italiani e le risposte che la politica è in grado di dare.
Eppure basterebbe prendere esempio da una scritta splendida su un muro esterno di una casa di Viareggio che, parafrasando l'ipotetico "Dio c'è", ci dice che " Muro c'è", in sintesi basterebbe partire dalla realtà, per quella che è, mettendo per un po' da parte la metafisica.
In Italia ci sono centinaia di migliaia di coppie di fatto, costituite da uomini e donne, o uomini e uomini o , ancora , da donne e donne, in tutta Europa questa realtà è regolata da leggi, da noi, grazie anche alla presenza pervasiva del Vaticano, si gira intorno a questo problema senza riuscire a dare una risposta decente, laica, che non implichi nessuna rinuncia od abiura per chi vuole unirsi in matrimonio davanti a Santa Romana Madre Chiesa o ad un sindaco con la fascia, ma che tuteli anche chi non crede nell'istituto del matrimonio, come strumento di codificazione dei rapporti interpersonali, a meno che non si sostenga che, nel nostro paese, è "obbligatorio" credere nel matrimonio.
Ebbene, io voglio essere realistico, non fare fughe in avanti, non urtare nessuna suscettibilità, mi limito a chiedere che i legislatori applichino a tutti i cittadini le stesse regole che vigono per loro perchè, come è noto, i deputati e i senatori, da tempo hanno norme che prevedono, ad esempio, la pensione di reversibilità non solo per i familiari "codificati" ma anche per i conviventi: non si può, come in questo caso, predicare "male" e razzolare(personalmente) "bene", questa mi sembra, veramente una sperequazione difficilmente comprensibile o spiegabile.
Prendete atto della realtà signori legislatori, le coppie di fatto, se non l'avete ancora capito sono un fatto, incontrovertibile e massiccio, non solo in Parlamento ma anche nel paese.
lunedì, gennaio 15, 2007
STRETTAMENTE PERSONALE
Scorrete lacrime,
è il vostro tempo.
Lavate viso e anima,
che niente resti.
martedì, gennaio 09, 2007
CRISI D'IDENTITA'
Io penso, ritengo, sono quasi convinto d'essere riformista, nel senso, come ho già detto altre volte, che penso siano necessarie riforme profonde dell'assetto politico, sociale ed economico del nostro paese, in un quadro e con azioni profondamente ancorate alla natura democratica del nostro stato, la mia bussola è la Costituzione repubblicana e sono ancora convinto che applicarla, in tutte le sue parti, significherebbe fare un bel passo in avanti.
Dunque, chi è più riformista di me?
Eppure, da qualche tempo a questa parte, quando sento che bisogna fare le "riforme", quando Bondi e Cicchitto lodano Fassino per la sua vis riformista, che sarà, inevitabilmente frustrata dai "conservatori" del governo, mi viene l'orticaria e , ancora una volta, mi interrogo sul significato delle parole.
Per me, ma non solo per me credo, essere riformisti, significa inserirsi nel grande alveo del socialismo europeo, avere una visione non laicista ma certamente laica dello stato, riequilibrare le disparità sociali che si sono accentuate in questi anni, garantire un decente welfare e fare tutte queste cose, che non sono poi nè troppe nè rivoluzionarie, facendo pagare chi , finora , non ha mai pagato, i grandi evasori fiscali, ad esempio che da soli potrebbero coprire, in un anno, l'importo di tre o quattro finanziarie.
Invece, purtroppo, mi hanno costretto a diffidare del termine "riformista" , quando sento questa parola, temo, e non credo che sia una mia paranoia, che avrà come conseguenza, l'applicazione di questo tipo di riformismo, meno stato sociale, consolidamento e santificazione della precarizzazione del lavoro, una acquiescenza, sulle questioni etiche, alle linee guida del Pastore tedesco e alle sue ossessioni anti-pacs: nessuno mi ha ancora spiegato su queste cose cosa sarà e che dirà il fantomatico Partito Democratico.
Io continuo a ritenermi riformista ma ho l'impressione che questa parola sia diventata una parola e quindi un concetto "chewing gum" che ognuno usa come gli pare in un arco che va da Fini a Bertinotti passando per Bondi, Fassino e Rutelli e quando tutti sono seduti "dalla parte della ragione"io tendo a preferire la parte del torto e , dunque, abdico, sia pure provvisoriamente,dal ruolo di "riformista" e mi metto in cerca di una nuova identità: resto in attesa di suggerimenti.
venerdì, gennaio 05, 2007
NOSTALGIE
Non so chi di voi ha visto, ieri sera, su Rai2 in seconda serata, la puntata de "La storia siamo noi" dedicata a Fabrizio De Andrè: se non l'avete vista vi siete persi un pezzo notevole della televisione che vorremmo.
Sopra a tutto il volto, segnato dall'amore e dal dolore di Dori Ghezzi, che commentava insieme a Giovanni Minoli le immagini di una storia straordinaria e poi l'assenza, insopportabile: si ha un bel dire che restano le sue canzoni, le sue immagini, lui non c'è più, ormai da 7 anni e non potrà più spaccare la vita e mostrarcela senza veli.
Chissà che direbbe De Andrè di questi anni, di una cosa sono sicuro, avvertirebbe come una ferita aperta il tramonto della pietas, intesa come condivisione, com-passione delle fragilità, debolezze, peccati di chi non ha potere e che , anzi, dal potere è schiacciato, fragilità, debolezze e peccati che sono ben diversi da quelli di chi , invece, il potere ce l'ha e lo esercità.
Sono tempi crudeli ma chi la pietas sa cos'è non può , non deve fermarsi, altrimenti che destino ci sarà per questo unico e lacerato mondo?
martedì, gennaio 02, 2007
SENZA RIMPIANTI
Il 2006 si è chiuso così com'era cominciato e come si era snodato per 12, interminabili, mesi: nel segno della morte.
Alla fine di ogni anno vengono stilate classifiche, prodotte inchieste su quali sono stati gli avvenimenti o le persone che l'hanno contrassegnato: questo appena trascorso ha un protagonista indiscusso ed è, appunto , la morte.
La morte spiata, analizzata, spesso banalizzata, ridotta a pure statistiche:3000 soldati americani uccisi in Iraq, qualche decina di migliaia( o centinaia di migliaia?) di civili irakeni uccisi nello stesso mattatoio e poi, ancora, il Darfur, la Somalia, realtà , oramai, insediatesi nel nostro senso comune, devitalizzate, assimilate a tante altre notizie che sfiorano solamente, nel migliore dei casi, la nostra condizione di esseri immersi in flussi continui di notizie: più navighiamo come sommozzatori immersi nei mass media e meno sentiamo le ferite di realtà drammatiche, al massimo qualche puntura di spillo.
La morte è, troppo spesso, una somma, sempre meno ha l'aspetto del singolo uomo, accoltellato, ucciso da una pallottola o dilaniato da una bomba.
Ci sono le eccezioni e queste danno alla morte una centralità ripugnante, ci fanno capire come essa sia l'epifania più evidente, clamorosa di un mondo impazzito.
C'è Welby, prigioniero del suo corpo del quale, per qualcuno, non poteva liberarsi e c'è una, speculare, pavidità, complice della disumanità, della politica che non sa e non vuole dare risposte:un uomo prigioniero del suo corpo per ragioni ideologiche, ci rendiamo conto di quanto tutto ciò sia disumanizzante e come marchi di vergogna chi ha sempre tra le labbra il concetto di "difesa della vita"?
C'è il corpo di Saddam, che in nome di una civiltà superiore(?), della democrazia(?), appare appeso ad un cappio, uguale a quello delle sue vittime; e un corpo appeso ad un cappio non può più parlare, non può più essere processato, non può, soprattutto, più raccontarci come siano coloro che l'hanno appeso i complici della sua tirannia, dei suoi eccidi: la morte che usa se stessa per nascondere le sue colpe. Il resto, il dileggio, l'infierire prima e dopo l'azione meccanica del cappio, sono corollari, conferme al fatto che non ci sono civiltà superiori che possano dare lezioni.
Non è stato un bell'anno, il 2006, con questa protagonista, la morte , sempre in prima fila, non so come sarà il 2007, mi accontenterei che ci fosse qualche giorno, magari uno solo, senza morti imposte e sadicamente mostrate.